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La passeggiata settimanale: telecamere, controllo e sicurezza, il mio punto di vista

La mia idea di società “perfetta” corrisponde all’ideale anarchico, nel senso forse più puro del termine e credo si sia capito bene nel corso dei miei articoli.

La società che mi piacerebbe non deve essere per forza colta o istruita, credo che la cultura non sia la base di tutto, forse uno dei limiti degli illuministi  è stato proprio quello di illudersi che l’istruzione avrebbe risolto tutti i problemi, ma ogni individuo è un mondo a sè e non è possibile riuscire a renderlo omologato ad una massa preconfezionata, è più facile il contrario, cioè che una massa si concretizzi per simiitudini fra gli individui.

La società in cui vorrei vivere dovrebbe avere una sola qualità: la responsabilità.

Essere anarchici è per prima cosa essere responsabili (scrissi queste parole sull’editoriale de “La Cicogna”, giornalino del mio liceo che riuscii a “distruggere”, eliminando tutte le cariche, ovviamente del tutto inventate, e rendendolo molto meno impostato che in precedenza, alcuni miei comapgni di liceo forse ricorderanno), essere Liberi vuol dire appunto questo, ne ho già parlato.

Spesso leggendo o parlando con le persone mi rendo conto di quanto adorino e auspichino ad un aumento del controllo: telecamere nelle strade, polizia neli quartieri, esecito nelle stazioni.

Io sul serio non riesco a capire come sia possibile desiderare di essere controllati.

Quello che spesso mi viene risposto è che “colui che non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere”: analiziamo questa frase.

Il soggetto già quel “colui” è già altro da noi, un individuo che sta sbagliando sapendo di sbagliare, che conosce ogni singola conseguenza delle sue azioni e così facendo, in modo del tutto consapevole, compie azioni vietate, ma è un altro individuo, non è chi parla, perché colui che parla sarà sempre dalla parte del giusto, o se non lo sarà SAPRA’ di essere nello sbaglio e quindi ne pagherà le conseguenze.

Il predicato verbale non si preoccupa di far compiere a quel soggetto azioni che potrebbero anche essere belle e giuste, ma solo azioni sbalgiate e soggette a delle pene e che dunque il controllore potrà punire a dovere.

Infine il controllore: chi esprime quella frase ha una fiducia smodata in un soggetto onniscente, superiore che SA chi ha ragione e chi torto e che si serve di quelle immagini o di quelle conversazioni solo per provare quello che è accaduto.

Quindi il reo verrà in ogni caso giudicato e sulla base delle prove condannato senza appello, perché quei dispositivi di controllo sono infallibili (se non così non fosse ci sarebbero eccezioni che farebbero cadere tutto il presupposto)

Cosa allora mi spaventa di tutto questo?

Perché non ho intenzione di rendere più sicura la nostra società?

Per due motivi in particolare:

1. non sono io a scegliere di essere osservata e schedata

2. non sono io a decidere quali siano le azioni che verrano poste sotto giudizio e pensare che sara la Giustizia a fare il suo corso è molto pericoloso, perché ciò che oggi è ritenuto giusto potrebbe essere considerato sbagliato domani.

Il controllo non è mai una sicurezza per i cittadini, ma un mezzo di potere e di oppressione per il controllore.

Immaginate di essere per strada e camminare di sera per il centro, finalmente ci sono telecamere ad ogni angolo, poliziotti che controllano e danno sicurezza, soldati che fanno ronde e voi avrete la libertà di paseggiare col vostro fecele amico a quattro zampe in tutta serenità e tranquillità, senza la paura di sentire dei passi dietro che potrebbero rovinarvi la serata.

Il controllore analizzerà i rapporti di queste persone e visionerà le immagini, noterà, quasi di sicuro che la maggior parte dei crimini è commessa di notte, col favore delle tenebre.

Dato che il ragionamento del controllo serve ad agire sugli effetti di un’azione, non sulle cause (il ladro ruba, è “beccato” dalle immagini, il ladro finisce in galera) con molta probabilità (essendo il controllore molto poco certo di poter educare la società che controlla, dato che ha scelto di buon grado di controllarla) metterà un coprifuoco, così che chiunque esca di notte, col favore di quelle tenebre di cui prima, sarà sicuramente un reo in cerca di reati da compiere e così tutti gli individui non potranno più uscire quando vorranno, perché quell’azione sarà considerata un comportamento sospetto.

Il controllo da parte di chiunque (e ve lo dico io che del controllo ho fatto la mia malattia) è segno di debolezza, sempre, uno Stato che controlla è uno stato debole e chiunque sia debole cerca di difendersi come può: purtroppo spesso con l’oppressione.

Mi piacerebbe sapere come la pensate al riguardo e di quante falle sia costellato il mio ragionamento, quindi se vi va, discutiamone

25 Aprile la festa della Libertà

Quante volte nella mia vita ho pensato che mi sarebbe piaciuto “fare politica”,quante volte mi son sentita dire che col solovivere si fa Politica.

Giorni come oggi in cui si ricorda il 25 aprile 1945, quando la Libertà tornò a fare parte della vita dei nostri nonni, si sente quasi la necessità fisica di dire qualcosa al riguardo, infatti i social, i giornali e anche le persone al bar parlano di questo e non solo per le ferie o per il giorno di lbertà dalla schiavitù de lavoro.

E’ in giorni come questo che ci si aspetta un attimo di riflessione o di osservazione della società in cui stiamo vivendo, i più giovani cercando di comprendere cosa significa questa giornata libera dalla scuola e i più anziani ricordando, ciò che per loro questo giorno ha significato.

Il 25 Aprile non è la festa di una parte politica è la festa per antonomasia, più importante di tutte le altre perché è la festa della Libertà, il bene più grande che mai potremmo desidare e della quale siamo ricchi in questo nostro paese.

Dunque oggi prendiamoci il tempo per gioire e godere di questa libertà, che è un bene naturale, che ci viene dato con la nascita, ma che anni fa e in molti paesi del mondo è stato rubato come il più vile dei furti, strappato e nascosto nelle profondità di un regime; altre persone ne hanno soggiogate altre senza alcun motivo valido ed è stata dura rinconquistarla, ma quel giorno, quel mercoledì ha segnato una linea tra ciò che è giusto e ciò che non lo è: tra la libertà e l’oppressione.

Sono le persone che decidono in quale mondo vivere, non ci sono entità superiori che decidono per noi, quindi possimo decidere ogni giorno se questa realtà ci piace o meno e possiamo cercare di avere un ideale e ad esso riferirci: certo cadremo, cederemo alle lusinghe del nostro tempo, ma ci rialzeremo e avremo quell’ideale di Libertà ad accoglierci e consolarci, ricordandoci che non è mai troppo tardi per essere liberi.

Buon 25 aprile a tutti, ma proprio a tutti, anche a coloro che quel giorno uscirono sconfitti, perché possano capire che non è con il terrore, con l’oppressione e con la violenza che si ottengono risultati duraturi, perché ci sarà sempre in un tempo e in luogo qualche uomo che non vorrà essere oppresso.

La passeggiata settimanale: quello che i videogiochi sono per me

Salve a tutti,

In questi giorni si è svolta sui social una discussione piuttosto interessante sulla visione dei videogiochi e del mondo videoludico in generale.

L’impressione che ho avuto, leggendo i detrattori di quella che per me è una forma d’arte delle più complete, è che molti non abbiano mai giocato a videogames attuali e che facciano riferimento ad una visione dell’intrattenimento videoludico macchiettistico.

Una discussione simile era in atto anni fa sui fumetti e sulle serie Tv, oggi per fortuna entrambi i generi iniziano ad avere il posto che meritano.

L’idea del videogioco da sala giochi sulla passeggiata di Viareggio è molto suggestiva, nostalgica e intrisa di gioventù, ma è molto distante da quello che i videogiochi sono oggi: un’esperienza totale e totalizzante che interessa tutti i sensi e che può lasciarti diverso da come ti ha trovato.

Il mio rapporto con i videogiochi ha radici ben piantate nel terreno e affondano in profondità dove risiedono reperti archeologici chiamati Spectrum prima e Amiga poi.

Per me il rumore delle cassette che caricavano il gioco, tenacemente posseduto da mio fratello che deteneva il potere di dettare tempi e modalità di fruizione, ancora oggi suscitano una reazione Pavloviana, in cui “Jumping Jack” inizia e io posso divertirmi.

Avevo otto anni circa e già quella scatola mi attirava più della televisione, più dei cartoni animati (che in realtà non ho mai amato, se si escludono eccezioni).

Sono passati gli anni, cambiati gli interessi, iniziate le esplorazioni di altre forme d’arte e quella videoludica rimane nei meandri dei ricordi, forma di intrattenimento da perditempo e, diciamocelo un po’ infantile, ma… in fondo la voglia di trascorrere ore a sfidare me stessa c’era.

Come per tutte le cose belle della mia vita è giunto a riportarmi alla giusta visione delle cose mio marito, amante da sempre davvero dei videogiochi, cresciuto con essi e fine conoscitore anche dei titoli di nicchia.

Mi ha riavvicinato al mezzo e mi ha fatto conoscere titoli che non solo mi hanno appassionata, divertita, emozionata, ma che mi hanno cambiata, hanno cambiato la mia percezione della realtà e mi hanno messo di fronte a lati del mio carattere che non conscevo, prima fra tutto la competitività, del tutto assente nella vita reale, sembra risvegliarsi più viva che mai quando gioco a Star Craft.

Ho portato questa mia testimonianza perchè mi piacerebbe che tutti i genitori che si preoccupano se i loro figli passano giornate intere davanti ad uno schermo, si fermassero lì davanti, si sedessero coi loro figli, osservassero e capissero che spesso il gioco di fronte a quello schermo è solo una parte, esiste tutto un tempo in cui ci si documenta, ci si confronta con altri giocatori, si elaborano strategie, si vive, si soffre, ci si emoziona con i personaggi; oltre a fruire molto spesso di vere e proprie opere d’arte figuartive e musicali.

Grazie per avermi letto e spero di esservi stata utile.

La passeggiata settimale: specchi che riflettono altri specchi


Buongiorno a tutti,

non so se avrete notato la mia assenza in questi giorni: stavo riflettendo.

Mio marito dice sempre che sono soggetta a delle fasi di turbolenza in cui i vari strati della mia coscienza si alterano, si sovrappongono e creano in me uno stato di agitazione in cui rivaluto quello che ho fatto nell’ultimo periodo (nella fattispecie quello che ho fatto dall’ultimo momento di turbolenza)

In questa settimana ho avuto modo di riflettere su molte cose, sopratutto riguardo al mio rapporto con i pazienti, sul mio tentativo, forse mosso dalle migliori intenzioni di aiutare il più persone possibile, nel modo più completo.

Se il fine può sembrare nobile e giusto, mi sto rendendo conto che non è così: il paziente o i parenti del paziente sono al primo posto non io e la mia vanagloria.

Faccio ammenda qui per ogni volta che ho cercato di “imporre” il mio modo di vedere la realtà, di dare consigli proponendo una visione alternativa della situazione: la mia.

Tutto è nato, sembra strano, da una discussione sulla possibilità di obiettare se si è medici e nello specifico antiabortisti.

Ho sempre pensato che a spingere le scelte e i giudizi delle persone e in particolar modo miei dovesse essere l’Ideale di Libertà, per cui ritengo giusto che una donna possa abortire e che un collega possa obiettare;

come concliare queste due cose?

o col mercato libero o con lo Stato che difenda un diritto che esso stesso ha concesso.

In parole povere permettendo solo a chi non obietta di lavorare nel SSN oppure assicurando la presenza di non obiettori all’interno dello stesso in numero sufficiente a soddisfare la richiesta dei cittadini.

Ero convinta e lo sono ancora, ma cosa mi è successo in questi giorni?

Mi sono imbattuta in pareri discordanti, pareri per cui un collega che voglia fare una scelta, come essere ginecologo, debba rinunciarvi a causa della possibilità di dover praticare l’aborto: se una specializzazione contiene tra i compiti quello di praticare l’aborto o prendi tutto il pacchetto o ne scegli un’altra.

Mi sono trovata in confusione, tra la coerenza di una scelta e la capacità di autodeterminarsi come individuo.

Non vi nascondo che ho avuto un grosso blocco, poi come al solito è venuto in soccorso mio marito, in una bellissima e importante dicussione sel concetto di Libertà.

Ha posto la luce sul fatto che la libertà assoluta non è necessariamente un concetto positivo, perché significa avere la possibilità di agire senza che vi siano conseguenze, né emotive, né reali.

Io non sono libera, pur credendo di esserelo, perché quei limiti emotivi mi determinano e mi guidano, guidando anche il mio modo di interpretare la realtà e di conseguenza le situazioni in cui i pazienti si vengono a trovare.

Questo non è, forse, sbagliato, ma difficile da gestire, perché mi trovo nella posizione di difendere i valori in cui credo  e di rispettare i tempi e la storia di ognuna delle persone che ho davanti, senza pormi su un gradino superiore ad esse.

Quel punto di vista sull’obiezione mi ha posto di fronte alla mio modo errato di affrontare le opinioni a me discordanti: partire dal mio punto di vista, che è opinabile, sempre.

Quello che conta in una discussione è la premessa ed era la mia premessa ad essere sbagliata: la Libertà non è un Ideale perfetto, ha molte facce, posso sceglierne una, farla il mio faro, ma non posso imporla come quella Vera.

Da oggi cercherò di ascoltare di più, di cercare di comprendere di più, sia nel virtuale, che e sopratutto nel reale e chiedo scusa a tutti coloro che in qualche modo ho aggredito con la mia stupida presunzione di sapere come stanno le cose.

 

 

 

 

La passeggiata settimanale: Leggere, ovvero vivere!

Sapete qual è la cosa che mi piace più fare oltre a praticare l’ars medica?

Leggere.

Sono sempre stata circondata dai libri, grazie a mio padre che ne ha  collezionati, o forse il temine più adatto è accumulati, tantissimi.

Non c’è mai stata una zona della mia casa di bambina in cui non ci fossero libri o fumetti o cataloghi.

Quando capitava di andare al mare o in vacanza, oppure anche solo in centro a Prato, non mancava mai la sosta al banchino dei libri, attrazione che mio padre deve avere ben radicata dentro considerando che ancora oggi organizza mercatini di libri un po’ in tutta la provincia!

Quello che differenzia me da mio padre nella comune passione per i libri, è che lui li ama come oggetti, io ne divoro il contenuto.

Se sono quella che sono oggi lo devo a tutte le lettura che ho fatto e a tutte le situazioni che con i personaggi ho vissuto; in qualche modo mio padre mi ha dato gli strumenti per cavarmela nella vita!

Ci sono stati momenti  in cui ho avuto un blocco del lettore (uno dei più lunghi durante il tentativo, infine riuscito di leggere IT di Stephen King),  ma appena ripreso non riesco più a smettere e diventa un momento di piacere e di evasione.

Con l’avvento dei social, sopratutto twitter, ho incontrato molte persone come me e durante una piacevole conversazione con @signor_w0lf  ho capito quanto siano state importanti per me le letture che ho fatto.

Si leggono spesso aforismi in cui ti viene spiegato che la lettura è importante, che leggere ti apre la mente, che se leggi avrai vissuto non una ma mille vite… ma è  stata la conversazione con @signor_w0lf  a farmi capire quanto questo sia vero e stamattina vorrei parlarne con voi e spero di riuscire a farvi capire il mio punto di vista.

In altre occasioni ho avuto modo di palesare la mia visione della vita e in molte occasioni vi ho detto quanto le mie idee mutino riguardo ai più disparati argomenti.

Le idee nella mia testa si sono formate  negli anni, attraverso il dialogo con altri individui e esperienze di vita personali, ma quel punto di vista è sempre il mio, ogni volta che mi imbatto in un’azione il giudizio è dato da me, con gli strumento che ho a disposizione in quel momento.

Quando leggo, invece, il punto di vista non è più il mio, ma quello dell’altro, conosco i suoi pensieri, la sua storia, il perché è  giunto a quella situazione: insomma ne capisco il percorso e così, spesso grazie a questo, imparo a comprendere anche i comportamenti delle persone reali.

Per esempio leggendo “Le correzioni” di Franzen ho capito quanto i condizionamenti sociali possano influenzare i rapporti tra i familiari e forse ho compreso qualcosina di più di certi atteggiamenti dei miei genitori.

Leggendo “Anna Karenina” di Tolstoj mi si è aperto un mondo sul concetto di felicità individuale e di quanto questo possa mutare a seconda del contesto  in cui si esplicita.

Leggendo “Doppio Sogno” di Schnitzler ho cambiato il mio approccio al tradimento.

Quello che davvero è cambiato con tutte le letture che ho fatto è il modo di rapportarmi con le altre persone: oggi, rispetto a qualche anno fa, cerco, senza quasi mai riuscirci in realtà, di capire il loro punto di vista, ricordando che dietro quel comportamento c’è una storia che forse, vale la pena di essere conosciuta e forse, solo forse, di essere raccontata.

In conclusione, leggete, più che potete, non perché questo vi farà essere cool, o non solo perché la cultura è importante, ma perché leggendo imparerete a conoscere il vostro collega, il vostro vicino, i vostri figli, il vostro compagno migliorando così le vostre relazioni.

Bene, ditemi cosa ne pensate e spero che possa nascerne una bella discussione.

 

La passeggiata settimale: I figli non vi appartengono

Su una cosa sono d’accordo con gli antiabortisti: la vita di un figlio non appartiene ai genitori e questi non possono decidere cosa sia meglio per lui.

Ciò che non coincide con il pensiero dei pro-vita è appunto il concetto di vita stessa: un embrione non ha vita autonoma, ma il discorso sarebbe lungo e forse oggetto di una prossima passeggaita, se vi interessa.

Quello di cui vorrei parlare oggi è il concetto di vita autonoma di un figlio rispetto a quella dei genitori.

Quando un bambino nasce, inizia a respirare con i propri polmoni in un atto che diviene autonomo, così come mangiare, urinare e defecare, inizia la propria vita da individuo altro da chi lo ha generato.

Quello che spesso vedo, invece, sono genitori che sanno, o meglio credono di sapere, quale sia il bene del figlio, senza chiedersi cosa questo piccolo fagotto prima, ma poi anche in seguito, lo faccia far star bene.

Quando un bambino nasce ha pochi bisogni, mangiare, svuotarsi dei liquidi biologici in eccesso e dormire.

I genitori invece di cosa hanno bisogno?

Spesso di avere la dimostrazione di essere indispensabili per il bimbo e questo si manifesta nei primi giorni con l’allattamento, che troppo spesso è di esclusivo appannaggio delle madri, per una ragione meramente fisiologica; ma, c’è un ma, perché escludere il padre da ciò che il bambino in quel momento sente indispensabile?

Mi chiedo e vi chiedo è così innaturale concedere al padre questa meravigliosa e unica esperienza che costituisce il pirmo legame con il piccolo?

Sarebbe secondo voi così sbagliato concedere un po’ del proprio latte e del proprio “potere” nutritivo al padre, affinché possa instaurare fin dai primi giorni un contatto speciale col proprio figlio?

Quando dei neogenitori giungno al mio ambulatoro con un bimbo in arrivo chiedo sempre che tipo di rapporto vogliono instaurare col figlio, perché non voglio che dopo qualche mese il fatto che non dorma, che voglia stare in braccio o che mangi solo certe cose divenga un “non vuol dormire nel suo letto”, “non si vuol togliere il ciuccio”.

Perché se non fa tutte queste cose non di dovrebbe incolpare lui, il fato o la genetica, ma si dovrebbe interrogarsi sul motivo che ha portato a questa situazione:

spesso i figli sono lo specchio  delle vostre debolezze.

Se si vuol che un individuo messo al mondo sia indipendente (come ogni genitore dovrebbe volere) si deve inziare a pensarlo fin dai primi giorni.

Questa premessa per dire che i figli hanno desideri, aspirazioni, gusti che possono essere diversi dai vostri, che possono coincidere, che possono variare negli anni, ma non sono vostre emanazioni; non vi determinano come persone, li avete messi al mondo, lasciate che quel mondo lo vivano.

Non siete i detentetori della loro educazione, siete la matrice su cui si svuluperà il loro carattere, ma tutti coloro che incontreranno sulla loro strada saranno responsabili della loro educazione.

Tutti noi dovremmo pensare prima di avere determinati atteggiamenti di fronte ad un bambino in particolare, ma a chiunque sempre, perché ogni nostra azione potrebbe avere un impatto sull’altro e contribuire a far sviluppare in lui una visione del mondo.

Siate per loro un porto sicuro, in cui tornare a leccarsi le ferite o a riposarsi dopo un lungo viaggio, cercate di capire se sono felici e godete di questo, senza giudicarne il motivo, senza pretendere di saper quale sia il loro bene perché lo scoprirete solo parlandoci e empatizzando con loro.

Lo stare bene è una sensazione personale e a volte è difficile capirne i motivi anche per chi la prova, figuriamoci per qualcuno di esterno!

Non esiste una paura più grande per un figlio che deludere i popri genitori,  sapere che questa possibilità esista e non c’è dolore più grande che la certezza che questa si sia avverata.

Quindi da una donna che non ha figli (eh sì parlo lo stesso) e che è solo figlia, sappiate che i figli non vi appartengono perché li avete generati, però possono scegliere di essere vostri e di voler condividere con voi le proprie aspirazioni e i propri timori, se gliene darete la possibilità.

Non gettate al vento questa opportunità nell’egoistico tentativo di soddisfare la propria vanità o di gestire la propria ansia, godetene e vedrete che il vostro rapporto sarà molto più semplice e gratificante.

La passeggiata settimanale: Il lavoro non è un valore

Buon lunedì a tutti,

mi piacerebbe ogni settimana scrivere qualcosa che non tratti di medicina in senso stretto, ma condividere con voi qualche mia riflessione su argomenti che spaziano nei meandri dello scibile umano.

Non ho verità, né voglio averne, ma capita spesso di riflettere e di cercare di capire il perché di certi comportamenti e di certe convinzioni che,mi rendo conto,vanno a gravare sulla qualità di vita delle persone in generale.

Fin da piccola sono stata circondata da persone che ritenevano che il lavoro fosse una virtù, quasi, ma in ogni caso un valore: il solo fatto di lavorare ti rendeva una persona migliore.

Sono cresciuta con questa convinzione fino quasi a renderla parte di me, fino ad identificarmi con esso, ma ho sempre cercato, inconsciamente di fare della mia passione la mia fonte di sostentamento, ma fino a pochi anni fa capivo e approvavo che, pur facendo un lavoro non proprio coincidente con la propria passione, fosse un valore trascorrere otto ore a fare cose che non piacciono per portare dei soldi a casa.

Crescendo ed entrando in quello che è il mondo del lavoro, attingendo da quelle nozioni apprese nei lunghi mattini liceali, ho iniziato a capire che il lavoro non rende iberi, il lavoro ti obbliga a vendere la cosa che più preziosa abbiamo al mondo: il tempo.

E’ stato grazie ai miei pazienti e un po’ anche grazie al continuo e incessante parlarne di mio fratello, anarchico convinto, che ho iniziato a capire che la maggior parte delle persone lavora per necessità,  perché ha bisogno di soldi e che se potesse se ne starebbe a casa a godersi ciò che più gli piace, partner, computer, libri, cucina e figli.

E’ una riflessione stupida e banale, ma se questo è lapalissiano, perché la società civile giudica in modo negativo colui che pur mantenendosi (aiutando i genitori, affittando case comprate o ricevute in eredità, investendo i risparmi modo fruttuoso o anche lasciando che il partner faccia della sua passione fonte di reddito) non lavora?

Il lavoro secondo me dovrebbe essere percepito come un male necessario causato dal modello economico in viviamo, in cui il profitto è individuale e non viene restituito alla comunità; il lavoro fa si che qualcuno dia un valore al nostro tempo e molto spesso, a quel che sento quel valore è di molto inferiore a quello che il proprietario gli attribuisce.

Quindi mi chiedo e vi chiedo: quando il lavoro da necessità è diventato un valore?